giovedì 28 marzo 2013


Ero lì 
quasi attaccato
respirando lo sfioravo.

Ero lì
lo scorgevo
a 2 quarti, forse 3.

L’afferrai
lo scellerato, il 4 ballerino
lo strinsi in una mano - volò via:
era un 5 mal celato;
un 6? Era 20; no
magari un 23, scivoloso
ben dissimulato.

Molecole
siamo di frammenti; di gocce;
di mari; d’infinitamente
vasti oceani.

Minuscolo
quell’1 definito
solido squadrato,
dev’essere
deve!, ∞.

Inquietante, fosse 0.


Perchè sprechi fogli
la carta laceri
d’inchiostro

perchè sprechi fiato
l’occhio credi
innocente.

L’uomo è ammalato.
L’occhio è sbarrato.

Da un muro
di forma sicura
di dura apparenza;
non vede di là, né oltre,
non sa di stesso.

Coscienza cerchi fra le ciglia,
innocenza - chiuse
le trovi umide
in lacrime 
ammazzate.

E’ morto
sa, è morto.
Ah, condoglianze.
E la diagnosi?

Dicono 
malattia strana 
di fumo di alcol di vecchiaia
di donne d’amore d’esistenza o di letture
di tedio di odio, di droghe e medicine, dal troppo
pensare dal poco sentire, dal caso dal buio dal moderno
che rapisce - l’io-corpo è fra noi, lo guardi 
prosegue anch’egli il circolo,
l’altro chissà, è partito
forse non è più.

Mai nessuno che dica:
è morto,
sa, perchè è nato.

Oggi


Penso
niente ha più senso
vedo, e tutto torna uguale;

fuori 
gode corre infuria
la bestia,
è qui
morto, l’uomo dentro
in catene.